La coppia e il lutto perinatale #ep. 4

#DiffondiAmo è la rubrica dedicata a diffondere consapevolezza sui temi come lutto, gravidanza e maternità in collaborazione con altri professionisti. In questo episodio parliamo di coppia e genitorialità dopo un lutto perinatale.

Essere mamma e papà dopo un lutto perinatale

Ciao mums, 

secondo voi le coppie in lutto possono dirsi genitori in lutto?

Bentornate in questo quarto episodio in cui, insieme alla dott.ssa Corpaccini, psicologa e consulente di coppia, trattiamo il tema della coppia durante e dopo un lutto prenatale o perinatale.

Le domande da cui siamo partite sono principalmente 3:

-che cosa è la coppia e se questa può essere definita univocamente (leggi qui il primo episodio);

-come si può vivere il lutto prenatale/perinatale in coppia (leggi qui il secondo episodio);

-come la coppia può restare unita e andare avanti dopo un simile naufragio (leggi qui il terzo episodio).

In questo episodio vorrei porre l’attenzione su un aspetto particolare della coppia, il suo essere comunque mamma e papà, seppur senza figlio/a.

Nello specifico desidero fare un’analisi del rapporto che il ruolo genitoriale intrattiene in una società ove il lutto perinatale è per lo più un tabù.

Quando è stato il primo momento in cui vi siete sentiti genitori?

Si gioca tutto in questa risposta!

C’è chi dice quando il test di gravidanza è diventato positivo, quando avete visto il cuore battere sul monitor, quando avete sentito il suo primo calcetto, quando lo avete tenuto in braccio per la prima volta etc.

Non esiste una risposta giusta o sbagliata.

Stiamo parlando di sentimenti e questi, fino a prova contraria, sono personali e soggettivi, nessuno ha il diritto di sindacare.

E vi dirò di più: avete tutti ragione con le risposte che avete fornito. 

L’istinto genitoriale si attiva in ognuno di noi in momenti diversi, senza un preavviso.

Un giorno ci svegliamo e sentiamo che sta nascendo dentro di noi un genitore.

Quando nasce un genitore?

La letteratura in merito all’educazione perinatale generalizza sul momento in cui si diventa genitori.

In questo modo semplifica e spiega il comportamento della madre e lo differenzia da quello del padre.

Quando nasce una madre?

Si dice che la madre nasca prima del padre soprattutto da un punto di vista biologico.

Sono in accordo sul fatto che esistano donne con un istinto materno molto sviluppato a prescindere dalla gravidanza.

Tuttavia è innegabile che biologicamente, nel corpo di una donna in stato interessante, compaiano dei sintomi preparatori alla maternità.

In lei, anche quando la gravidanza non è ancora confermata, avvengono delle modifiche biochimiche tali per cui anche il modo di pensare si modifica.

Dal punto di vista olistico nasce quella che, secondo l’educatrice perinatale Gabriella G. Ferrari, si chiama la dea madre.

Uno spirito guida, potremmo dire, che affiora in ogni donna e le suggerisce come comportarsi durante la gestazione.

Il cervello della donna si modifica, dunque, in funzione di ciò che avverrà e i pensieri si focalizzano sulla creatura che cresce in lei.

Insieme alla dott.ssa Corpaccini cerchiamo di capire l’assunto psicologico.

Da un punto di vista psicologico potremmo parlare di preoccupazione materna primaria. Teoria elaborata dallo psicologo Donald Winnicott, attraverso la quale la donna sviluppa la sua maternità.

Nello specifico si tratta di un cambiamento profondo ed interiore che porta la madre a regredire quasi ad uno stato neonatale.

In questo modo aguzza la sua sensibilità per capire e soddisfare i bisogni del bambino.

Una fase che si intensificherebbe durante le ultime settimane di gravidanza e durerebbe fino a quindici giorni dopo il parto.

In questo modo la donna che ritorna bambina riuscirebbe a prendersi cura in modo “sufficientemente accettabile” del bambino, entrando in empatia con i suoi bisogni.

Dall’altro canto il bambino sviluppa verso la sua caregiver un attaccamento profondo (Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby).

A prescindere dalle teorie, le quali descrivono una parte di ciò che avviene nel mondo reale, una madre può nascere in qualsiasi momento.

Subito dopo il test di gravidanza, oppure dopo il parto e, solo convenzionalmente, si dice che ella lo diventi prima del padre.

Quando nasce un padre?

Secondo un approccio dell’educazione perinatale il padre, sempre in linea teorica, nascerebbe dopo la madre, quando vede concretizzarsi il frutto dell’amore di coppia.

Tale legame si intensifica ancora di più quando la creatura è tra le sue braccia.

Questo comportamento può essere normale se spiegato dalla natura stessa.

Mentre la donna deve cullare e crescere il bambino nei 9 mesi, l’uomo ha un ruolo più pratico.

Cioè accogliere il neonato alla nascita una volta che la madre non potrà più tenerlo all’interno di sé.

Altre teorie mettono in luce la possibilità che il padre provi dei sentimenti di esclusione dalla diade madre-bambino.

Egli si sentirebbe deputato solo al concepimento e poi a vivere passivamente il cambiamento della propria compagna e la crescita, per lui astratta, del bambino.

Dunque se l’uomo fisicamente non può percepire il cambiamento, deve per forza partorire mentalmente il suo ruolo di genitore.

Esercizi prenatali, come il bonding di coppia, aiuterebbero il padre a essere più partecipe sin dallo sviluppo del feto e intensificherebbero il legame della triade (madre-padre-bambino).

Vorrei sottolineare che si tratta di atteggiamenti teorici, in quanto esprimono una parte (la più numerosa) dei comportamenti osservati nelle coppie che diventano neo genitori.

Questo quadro non è infatti esaustivo.

Personalmente, così come l’istinto materno può essere coltivato anche lontano da una gravidanza, anche quello paterno può svilupparsi in momenti diversi.

È un discorso personale.

Anche lo stesso padre, che anni addietro si è comportato in un certo modo verso la prima gravidanza, dopo tempo, con l’arrivo di una nuova, può aver mutato il suo atteggiamento.

Sono convinta infatti che la nascita di un genitore dipenda molto, oltre che da una predisposizione istintiva, dal momento storico in cui la persona (madre o padre) vive, sviluppa e accoglie la gravidanza.

Fattori culturali, educativi ed esperienziali entrano in gioco per definire tale nascita.

Convenzionalmente è probabile che un genitore si senta così ancor prima di tenere tra le braccia il suo bambino, ma ovviamente non è detto.

È un percorso in divenire.

La società e i pregiudizi sui genitori in lutto

Quindi siamo d’accordo sul fatto che la coppia, durante i 9 mesi, si è preparata per diventare genitori, con sogni e aspettative verso il nascituro.

Da qui sorge una domanda spontanea.

Perché la società evita di riconoscere il lutto perinatale come una vera e propria perdita di un figlio?

Sapete che nel vocabolario esiste una parola, “orfano”, che indica l’essere manchevole di uno o entrambi i genitori.

Un genitore, invece, che perde un figlio non ha nome.

Questo per me significa una sola cosa: che una volta diventato genitore lo si resta per sempre. E se vogliamo è anche una consolazione dopo il lutto.

Viviamo in una società prettamente visiva, siamo tutti dei piccoli San Tommaso, dal motto: “Se non vedo non credo”.

Ecco perché solo se viviamo appieno un’esperienza, se la tocchiamo e la vediamo, allora possiamo dire che sia reale.

Questo è un po’ ciò che avviene durante la gravidanza.

Una madre in attesa è sotto gli occhi di tutti, aspetta il suo bambino, parla con lui, fa progetti e questo è tollerato dalla società.

Ma improvvisamente, quando il bambino viene a mancare e i genitori entrano giustamente in lutto, questo dolore viene spesso sottovalutato dalle persone vicine.

Quante volte vi siete sentiti giudicati al lavoro, dai familiari e/o dagli amici?

Le vostre reazioni a questo shock saranno sempre inappropriate: per alcuni soffrite troppo, per altri troppo poco e tornate troppo in fretta alla vita quotidiana.

Perché avviene questo?

Perché oltre a vivere in una società visiva, come appena detto, abbiamo un rapporto distorto con la morte.

È un argomento tabù, specialmente se si tratta della morte di un bambino, che spesso fa troppo male per essere affrontata e riconosciuta.

È quindi più facile negarla.

Così accade che noi, genitori colpiti da questo dolore, veniamo etichettati.

Dovremmo avere schemi di comportamento ben precisi e, a volte, le aspettative della società ci impediscono di vivere appieno il nostro lutto.

Niente di più sbagliato!

Se il lutto perinatale non viene debitamente processato, ma ci si comporta secondo le aspettative altrui sapete qual è il rischio? Quello di non elaborarlo mai.

Resteremo sempre in un limbo dove la nostra identità si divide tra ciò che vorremmo fare (piangere, disperarci etc.) e ciò che dovremmo fare (andare avanti, fare altri figli etc.).

Naturalmente queste mie considerazioni sono maggiormente rivolte a chi perde il primo figlio e quindi ritenuto un genitore a metà.

Ma buoni pregiudizi girano intorno anche a chi dei figli li ha già prima del lutto.

Forse lo avrete vissuto anche voi sulla vostra pelle.

In generale si tende a giustificare la madre per il dolore che prova, mentre ci si aspetta che il padre soffra meno.

A volte lui se ne convince, diventa la fonte delle notizie sullo stato di salute della madre, e tutti si dimenticano di chiedere anche a lui come sta.

Ci si aspettano dei comportamenti standardizzati e soprattutto si augura sempre di ritornare alla normalità, di andare avanti… e purtroppo noi crediamo a tutto questo.

Attenzione! Sono sicuramente raccomandazioni date in buona fede ma, proprio perché la nostra società ha difficoltà a rapportarsi con la morte, sono consigli che fanno tutt’altro che bene.

Come una coppia di genitori vive il lutto perinatale

Quindi come dovrebbe reagire una coppia che riceve questi consigli dall’esterno, proprio mentre sta nascendo la sua identità genitoriale?

Per prima cosa mi sento di dirvi di chiudere la porta all’esterno e decidere voi, insieme al partner, che tipo di dolore vivere e come/quando/con chi manifestarlo.

Non tutte le persone sono pronte ad accogliervi.

Capire i limiti degli altri vi aiuta a determinare con chi poter parlare e con chi, invece, accennare ad un sorriso e un cortese: “Grazie”.

In secondo luogo avete tutto il diritto di sentirvi genitori.

Avete curato e tenuto al caldo il vostro bambino, finché avete potuto, e in taluni casi avete fatto per lui anche delle scelte molto difficili.

Non avrete passato notti insonni, malanni di stagione e sbucciature alle ginocchia, ma questo non vi rende meno genitori.

Il vostro dolore è grande, personale, insindacabile, poco importa se la gravidanza è stata accettata o meno dal primo momento o se avete avuto dei dubbi.

Il lutto che state vivendo non è determinato da questi fattori.

Esso è definito dall’attaccamento che avete sviluppato con il vostro bambino per il tempo che vi è stato concesso insieme.

La ricerca del vostro equilibrio è ciò che conta.

Dovete ritrovare il benessere fuori dagli schemi e stereotipi culturali, che risponda solo ai vostri standard di coppia.

Se abbiamo detto che il processo di creazione di una identità genitoriale inizia dal concepimento, quando il nostro bimbo ci lascia, tutti i processi psicologici, sentimentali, biologici vengono bruscamente interrotti.

Le fantasie idealizzate, gli ormoni che il corpo della madre ha prodotto, gli schemi mentali che si stavano formando nella mente sono tutti sospesi.

Questo crea uno squilibrio a livello generale del nostro organismo e della nostra psiche.

Secondo voi, in un momento di smarrimento simile, abbiamo veramente bisogno di qualcuno che ci dica se siamo o meno genitori e come dovremmo comportarci?

Quando qualcuno mi dice: “Avrai altre occasioni per diventare mamma”.

Io rispondo: “Sono già mamma, ho avuto una bambina, l’ho partorita ed è morta. Quello che farò sarà darle dei fratellini/sorelline”.

Ecco perché è fondamentale ascoltare se stessi, i propri bisogni e i bisogni della coppia.

Ciò che possiamo fare è dare sfogo al proprio dolore nella misura in cui ci sentiamo legati alla nostra creatura ed elaborare il lutto in coppia, singolarmente o con il supporto di un esperto.

Sono felice di aver condiviso questa riflessione con voi.

Mi auguro di avervi tramesso quella piccola forza necessaria a decidere in autonomia come vivere il vostro lutto.

La coppia, infatti, è un’unità che fa parte di una società e deve, per il proprio benessere, imparare a confrontarsi con l’esterno in veste di genitori in lutto, senza subire ma con le idee chiare su come presentarsi.

Nel prossimo episodio parleremo di lutto perinatale da un punto di vista specifico: la mia storia di coppia dopo aver salutato Gingy.

Un abbraccio

Sara e Laura

Leggi anche “La coppia e il lutto perinatale: la storia di Sara” #ep. 5.

dott.ssa Laura Corpaccini
Psicologa e consulente di coppia

Psicologa per passione, mi occupo di sostenere persone, coppie e genitori in momenti difficili, accompagnandole nel loro percorso di crescita e riscoperta delle loro risorse. 

Se vuoi saperne di più, seguimi su Instagram e su Facebook @lauracorpaccinipsicologa e sul sito www.lauracopraccini.it

Leggi anche: Risorse utili per affrontare il lutto perinatale

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