La storia di mamma Laura e Ginevra

Questa è la storia di Ginevra, arrivata in silenzio, andata via in silenzio e in silenzio vive con noi.

La storia di Ginevra, arrivata in silenzio a portarci infinito amore.

Io e mio marito abbiamo 32 anni, stiamo insieme da metà della nostra vita. Ad un certo punto, decidiamo che anche noi vogliamo provare la gioia di essere genitori, che anche per noi era arrivato il momento giusto. Quel momento giusto di cui tutti parlano. 

Io ero semplicemente troppo felice. Era da così tanto tempo che avevo dentro di me il desiderio di essere mamma, ma volevo aspettare. Aspettare che anche lui lo volesse davvero.

Nemmeno dopo 2 mesi, il primo ritardo. Faccio un test di gravidanza e sì, sono incinta! 

Come eravamo felici, non stavamo più nella pelle! Ricordo ancora quel giorno… una felicità unica, mai provata prima! Abbiamo iniziato da subito a fantasticare sul nostro futuro a 3, entrambi pensavamo che sarebbe stata femmina, entrambi la amavamo già completamente.

Io ero spaventata, ma credo che ogni donna lo sia. Cercavo sempre di mantenere la calma, di stare tranquilla. Sempre. Cercavo di documentarmi, di leggere, di informarmi il più possibile. Lui, ogni giorno era più premuroso e dolce con me e con la creatura che stava crescendo dentro di me.

Iniziano una serie di visite. Ognuna speciale a modo suo. Ogni volta conoscevamo di più la nostra bambina. Ogni volta non vedevamo l’ora di vederla nuotare nella mia pancia, come un pesciolino. Il nostro pesciolino.

Vederla, realizzare che quello, poco più grande di un fagiolino era nostra figlia…. È stato semplicemente unico. Io e mio marito ci siamo guardati, ci siamo presi per mano. È stato un momento indescrivibile.

Poi il giorno quando abbiamo sentito il suo battito: è stata emozione pura. Mio marito non faceva altro che ripetermi: “Guarda i colori, guarda come si muove, guarda come batte”.

…Quel cuore che poi improvvisamente ha smesso di battere…

Come eravamo felici. Da quando c’era lei con noi il nostro amore, la nostra gioia, i nostri sogni erano infiniti. Lei ci aveva reso ancora più uniti, innamorati, felici, finalmente completi.

I primi 3 mesi passano tranquillamente. Nausee mattutine, caldo insopportabile ma tanto amore per lei.

Il 5 settembre abbiamo saputo che era davvero femmina. È stato straordinario, io che non facevo altro che dire che tanto lo sapevo già. Lo sapevo, me lo sentivo. Dicono che una mamma certe cose le sente, no?!

Quanti sogni che piano piano stavano prendendo forma. I primi giri per i negozi per neonati. Immaginare la nostra bambina giocare nel parco, immaginare la nostra casa piena di lei, immaginare tutto con lei.

Erano mesi che fantasticavamo sui nomi ma entrambi sapevano quale sarebbe stato: Ginevra. Io ho sempre adorato questo nome, fin da bambina. E lui, semplicemente sapeva che adoravo questo nome. Qualsiasi altro nome non era confrontabile… 

Adesso, potevamo davvero chiamarla per nome. 

Aspettavo con ansia i suoi calcetti per capire se anche a lei il suo nome piacesse.

Quei calcetti che non ho mai sentito

Non saprò mai se le piacesse il suo nome.

Inizio a preoccuparmi. Perché non sento i calcetti? Perché? 

Cerco di stare calma, ancora una volta. Non tutte le mamme, a quanto pare, li sentono subito. Dipende dalla sua posizione, lei era podalica. Magari è calma. Cerco di trovare il coraggio di non pensare al peggio. Io stavo bene e appena 10 giorni prima avevamo fatto la morfologica e tutto andava bene. Cosa poteva succedere?

Avevamo programmato una vacanza, per noi 3. Tutto andava bene e la prossima vista sarebbe stata dopo 3 settimane. Volevamo dedicarci solo a noi 3, riposarci e goderci del tempo insieme.

Sento però che non sono tranquilla. Chiedo di fare una visita. Volevo partire tranquilla.

Mi fissano entro pochi giorni la visita. 

I giorni prima della visita mi sento felice. Avevo iniziato a sentire le “bolle”, quei battiti d’ali…. Era sicuramente lei. Stava andando tutto bene, non potevo preoccuparmi. No. Non potevo.

Quel 31 ottobre rimarrà impresso per tutta la vita dentro di me. 

Quella visita che doveva essere una normalissima visita di controllo, si è rivelata una visita che ha messo fine a tutti i nostri sogni. 

“No, non c’è battito”.

Ecco perché continuavano a dirmi che la mia Ginevra era morta. 

Ho fatto io la domanda: “E perché non c’è battito?”. 

Lo avevo capito da come la dottoressa guardava il monitor, come cercava qualcosa che sembrava non trovare, come quel monitor era grigio e lei, la mia bambina non si muoveva, come il suono del suo cuore non si sentiva.

Mi sono sentita pugnalare al cuore, più volte. Mi sentivo schiacciata da un enorme macigno. Mi sentivo fuori dal mio corpo. Tutto era diventato un incubo. L’incubo peggiore della mia vita.

Perché? Perché? Perché?

Come è possibile? Non mi sono accorta di nulla… Perché? Mi sentivo così tanto in colpa. 

Quale madre non si accorge che sua figlia sta morendo? Quale madre non fa di tutto per salvare la sua bambina? Io non ho fatto nulla. Io non mi sono accorta di nulla.

Mi hanno spiegato come procedere. “Ti sembrerà brutale” mi disse la ginecologa. Dire brutale è stato poco.

Non solo mi stava dicendo che la mia bambina era morta, ma che avrei anche dovuto partorire la mia bambina morta.

Non capivo più nulla. Tutto quello che mi diceva non lo capivo

Pensavo solo a come poteva essere possibile tutto ciò. Pensavo che quella non era la mia vita. Pensavo che presto mi sarei svegliata da questo incubo.

E invece no.

Sono andata in ospedale. Mi hanno dato delle pillole. Sarei dovuta tornare il giorno dopo.

Non volevo prendere quelle pillole. Non volevo. Poi, su suggerimento di mio marito, ho chiesto di fare un’ulteriore ecografia. Sì, volevo farne una terza perché con tutta me stessa stavo ancora sperando che la mia bambina fosse viva e non volevo prendere quelle pillole prima di sapere che poteva esserci una minuscolissima speranza che tutti si stavano sbagliando.

Quanto ho sperato che tutti si stessero sbagliando. Quanto…

Ma anche questa volta. Tutto era fermo. Tutto grigio.

Mi sono sentita svenire. Aprono la finestra. Mi fanno alzare le gambe. Mi danno del tempo.

Poi, come uno zombie ormai, come una persona che ha perso la sua vitalità e agisce per inerzia, prendo le pillole e mi prenotano il ricovero per il giorno dopo.

Ci hanno dato una camera spaziosa, solo per noi. Lontano da tutti.

Le ostetriche erano tutte molto gentili con me, mi sono state molto vicino fin dall’inizio in questo incubo. Non smetterò mai di ringraziarle.

E così, quella che doveva essere la settimana del nostro viaggetto tutto per noi 3 è diventato il viaggio verso l’oblio.

Mi hanno somministrato altre pillole, a distanza di ore. 

Ad un certo punto ho vomitato. Non sapevo più se stare seduta, in piedi, sdraiata. La testa mi scoppiava.

Soffrivo, soffrivo tanto, soffrivo come non avevo mai sofferto prima. Avevo male dappertutto ma il male più doloroso era nel cuore. Un male che non si poteva curare.

Non sapevo cosa fare. Mi hanno proposto l’epidurale. Non la volevo. Volevo soffrire. Meritavo di soffrire. Poi ad un certo punto ho chiesto di chiamare l’anestesista. Non ce la facevo davvero più e volevo ascoltare il consiglio di mio marito. Parlare con lei però mi ha dato solo la conferma che io non la volevo l’anestesia. Non volevo scorciatoie. Volevo sentirlo tutto questo dolore.

Il mio dolore esplodeva e, a quanto mi dicevano, ne avrei avuto per molto visto lo stato della dilatazione. Non mi importava. Volevo soffrire. Meritavo di soffrire.

Poi, improvvisamente, ho sentito un dolore più forte, più acuto. In tutto quel dolore c’era lei: Ginevra.

Un dolore che ti strazia il cuore. Un dolore che non si dimentica. Un dolore che non si rimargina.

La mia bambina era così piccola: 24+5 settimane, 340 gr per 28 centimetri di puro amore.

La mia bambina non voleva più vedermi soffrire e così ha deciso di nascere.

Sono stata con la mia bambina. Sia io che mio marito. È stato così “placante” ma così enormemente doloroso. 

Non dimenticherò mia quei momenti passati in 3

Quei momenti che nessuno si augura mai di dover vivere. momenti che dovrebbero essere di assoluta gioia ma invece sono solo di assoluto dolore. Quei momenti in cui vorresti solo che tutto torni al suo posto, tutto torni ad essere come sarebbe dovuto essere. 

La mia bambina aveva il cordone attorno al collo e al braccio. Questo è quello che biologicamente ha causato la sua morte. Tutte le altre analisi, tutti gli altri accertamenti che hanno fatto su di me, sulla placenta, tutto era nella norma.

Una cosa che succede raramente, ma succede. Una cosa che non si può prevedere. Una cosa di cui non ci si accorge. Una cosa che non si può risolvere.

Assurdo. Era tutto così assurdo.

Non credevo che questa fosse l’unica causa e non riuscivo a spiegarmi i tanti perché. 

Per tanto tempo ho creduto che fosse stata colpa mia. Per giorni, mesi ho fatto domande che non hanno risposta. Sì perché a volte una risposta non c’è. A volte non tutto si può controllare. A volte le cose, accadono.

È così difficile da accettare. È così difficile farci i conti ogni giorno. È così ingiusto. 

Ora so che lei è con me, con noi, e che lo sarà per sempre. 

Ginevra è arrivata in silenzio, in silenzio se ne è andata e in silenzio vive con noi ogni giorno.

di Laura Fragola

Ho creato il “Cordone delle mamme” per raccontarci le nostre storie di lutto, stringerci vicine le une alle altre e dire insieme #MammaNonSeiSola.
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Sara Barletta – Perinatal Grief Coach
La 1° Coach in Italia sul lutto perinatale

🌟Supporto le mamme dopo un lutto perinatale a ritrovare il benessere.
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Camminiamo insieme oltre il lutto.

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