Il potere della condivisione #ep. 5

#DiffondiAmo è la rubrica dedicata a diffondere consapevolezza sui temi come lutto, gravidanza e maternità in collaborazione con altri professionisti. In questo episodio parliamo insieme a Marta Micozzi di esempi per esternalizzare il dolore e trasformarlo dopo un lutto perinatale.

Spunti utili per trasformare il dolore

Ciao mums,

eccoci arrivate a questo ultimo appuntamento dedicato al potere della condivisione dopo un lutto.

Ho chiesto a Marta di raccontarci del suo progetto “Dipinto arcobaleno”.

Abbiamo detto che condividere serve per sentirsi meno sole e che una buona condivisione avviene tra persone empatiche.

E inoltre abbiamo detto che per aprirsi a tale condivisione per prima cosa bisogna attraversare il dolore.

Raccontare la nostra esperienza è solo il primo passo per trasformare il dolore.

Se ci fermassimo solo al narrare i fatti sarebbe solo un modo per rivivere in loop l’esperienza, forse, più traumatica della vita.

E allora come possiamo rendere l’esperienza di condivisione utile per noi e per gli altri?

Non esiste un modo univoco, basta che l’esperienza sia significativa.

Possiamo arricchire la nostra storia con spunti di riflessione, organizzare giornate per commemorare i nostri bimbi etc.

Tutto ciò che ci fa stare meglio e pensiamo che possa aiutare un altro genitore in lutto è da inserire nella lista delle cose da condividere.

Quando ho conosciuto Marta mi ha parlato del loro modo, suo e di suo marito Francesco, di far vivere Nicco attraverso le loro azioni e l’ho trovato straordinario.

Un progetto di condivisione

[Perché sei sangue del mio sangue. Tu sei carne della mia carne] 1

Con Francesco, in maniera quasi silenziosa, abbiamo da subito deciso che ogni mesiversario di Nicco lo avremmo in qualche modo festeggiato.
Festeggiato perché Nicco non è quel dolore che ci toglie l’ossigeno.
Nicco era un bimbo meraviglioso. 

Per il suo secondo mesiversario abbiamo radunato a casa tutte le persone per noi importanti per una merenda.

Per l’occasione abbiamo comprato una tela gigante, un cavalletto, tanti pennelli e soprattutto tanti colori.
Quella tela bianca, quel pomeriggio si è trasformata in un bellissimo arcobaleno grazie alle persone che lì hanno lasciato il loro segno.
Ogni persona per noi importante ha dipinto una parte dell’arcobaleno.

Con Francesco abbiamo comprato anche delle calamite a forma di arcobaleno e le abbiamo regalate a chi aveva dipinto con noi quel pomeriggio. 

Sotto l’arcobaleno abbiamo scritto [La gioia come il dolore, si deve conservare. Si deve trasformare]2.

Imparare a trasformare

“La gioia come il dolore si deve conservare”, recita una canzone di Niccolò Fabi, significa che emozioni positive e negative servono, entrambe, e vanno accettate, lasciate fluire.

“Si deve trasformare”, dice ancora la canzone, questo significa che non è sufficiente condividere ciò che si prova, bisogna dargli un senso.

Cioè bisogna trasformare.

Il dolore così com’è fa male e non costruisce nulla di nuovo, anzi ci logora dall’interno.

Trasformarlo significa dire tra sé e sé: “Bene, mi è capitata questa tragedia, a cosa può servirmi nella vita? Che cosa mi insegna? Come può essere utile ad altri?”.

Non esiste un modo univoco per “trasformare”, sebbene abbia trovato quello di Marta geniale e commovente.

Svolgere delle attività che apparentemente sembrano non essere direttamente correlate al nostro lutto perinatale o prenatale, in realtà aiuta il nostro emisfero “emotivo” a elaborare.

Quando subiamo uno shock, come appunto un lutto, tendiamo a volerlo elaborare razionalmente.

Cerchiamo spiegazioni razionali, diciamo spesso che saremo più tranquille se per esempio sapessimo la causa della morte del nostro bambino.

Ma sappiamo bene che, pur avendo tra le mani un verdetto autoptico, non possiamo essere liberate totalmente dalla rabbia e dalla disperazione.

Lasciare il tempo al nostro emisfero emotivo di elaborare tutti gli eventi tramite emozioni e sentimenti può essere più produttivo a lungo andare.

Spunti utili per trasformare il dolore del lutto

Ecco quindi qualche attività messa in pratica da Marta, che stimola la creatività e ci aiuta ad esprimere, capire e trasformare le nostre emozioni.

[Un po’ si impara un metro al giorno per km di errori]3

Si potrebbe racchiudere tutto in un unico punto: ascoltare i propri bisogni.

Per farlo credo sia necessario: 

Parlare: è fondamentale dividere il proprio dolore con chi per noi è importante. Comunicare le nostre emozioni e i nostri bisogni permette di portarle fuori dal nostro sé e ci rende più consapevoli. Non andiamo a soffocarle ma cerchiamo di farle venire in superficie, ascoltandoci e essendo ascoltati per non sentirci soli;

Scrivere: anche la scrittura può essere terapeutica. Un modo per esternalizzare, mettendo nero su bianco tutte le nostre emozioni e i nostri bisogni. Ci permette di dare un nome a quei bisogni e di averli bene in mente per poterci riflettere e lavorare su;

Camminare: sicuramente la camminata, così come lo sport in generale aiuta a metabolizzare. Scarica la tensione e rende i pensieri più chiari;

Ascoltare la musica: per me la musica di Niccolò Fabi è da sempre stata terapeutica. Ora più che mai!

Dipingere: si sa, i colori sono terapeutici! Riempire uno spazio vuoto è fondamentale per ricostruire. Noi per esempio abbiamo comprato una scatola dove abbiamo messo (e dove continuiamo a mettere) le cose che ci legano a Niccolò, una memory box tutta sua e tutta nostra. Riempire e non eliminare;

Fissare piccoli obiettivi a brevissimo termine: le prime settimane accusavo proprio la fatica di vivere e il mio cervello non riusciva a pensare/immaginare il giorno dopo. Era come se improvvisamente la mia quotidianità fosse diventata eterna e le giornate non finissero mai. Il tempo me lo scandivano le persone e i medicinali che ho preso;

Viaggiare: un viaggio al mare, con due amici e il nostro nipotino è stato un’ottima cura. I primi due mesi mi svegliavo piangendo. È stato grazie a Mario se la mattina ho mollato il pianto e sono tornata, a piccoli passi, a svegliarmi, certamente con il cuore a pezzi, ma con gli occhi nuovamente incuriositi dal mondo;

Affidarsi a professionisti se ne sentite il bisogno: come in ogni situazione difficile, l’aiuto di esperti è importante ma non sempre necessario. Se ricevete i giusti sostegni dalle persone che avete intorno non è detto che sia necessario un percorso psicologico. L’importante è essere sempre attenti e in ascolto dei propri bisogni. Come dico sempre, spesso è l’empatia che ci salva.

Marta ci ha lasciato degli spunti di riflessione.

Io personalmente ho iniziato, grazie ad un app sullo smartphone, a lasciare andare la tensione o raccontare il mio dolore, disegnando.

Ogni sera faccio scorrere il dito sullo schermo e ciò che viene fuori mi fa stare meglio. 

Poco importa se disegno qualcosa di sensato o meno, quando lo guardo e sento che rispecchia il mio stato d’animo, sono felice.

Prendere del tempo per sé, per condividere insieme o per elaborare il dolore è fondamentale.

Fermarsi e poi ripartire, non importa quanto ci si impieghi, l’importante è far pace con il dolore e ascoltarsi.

Mantenere il ritmo

Ho detto a Marta che la community di Sara on Feet si fonda sul motto: “Camminare insieme è più bello”.

Le ho chiesto: “Se la tua vita fosse una camminata, quale sarebbe la tua andatura?”.

[Chi si ferma è perduto ma si perde tutto chi non si ferma mai]4.

Questa frase per ribadire l’importanza di fermarsi, di vivere il dolore, di condividerlo e quindi di trasformarlo. Ma questo si può fare solo fermandosi perché altrimenti si rischierebbe di perdersi.

Fatta questa piccola premessa posso dirti che la mia è sempre stata un’andatura sprint perché ho sempre fatto tantissime cose. Sono sprint per tutte le tematiche che toccano la mia anima.

A un certo punto però lo sprint ha trovato un muro e per diversi mesi la sensazione che avevo era di me che continuavo a sbattere contro quel muro finché un giorno, dall’altra parte del muro, è spuntato un mio piede, poi tutta la gamba e poi pian piano con tanta fatica è uscito tutto il mio corpo.
Adesso l’andatura è un po’ più moderata. Potrei definirla uno “sprint paziente”.

La costanza è la chiave. Le giornate possono essere altalenanti. Non fatevi una colpa se oggi non avete voglia di fare o viceversa se andate così veloci che nessuno vi segue.

Ogni giorno è a sé stante. Ciò che conta è la costanza nel portare avanti il proprio progetto di vita, di condivisione e quindi di benessere.

Prima un piede, poi una gamba, come dice Marta e così passo dopo passo si va avanti.

Grazie a Marta per questa potente testimonianza, un supporto e uno spunto per tutte noi mamme tra cielo e terra.

Un abbraccio

Sara e Marta

Leggi anche il precedente episodio “Il potere della condivisione #4.

Marta Micozzi è Laureata in Educatore Professionale e specializzata in Coordinatore dei servizi educativi, con lode. Lavora nel campo della disabilità. Ha avuto anche esperienze nel settore infantile avendo lavorato in una ludoteca e ha all’attivo due pubblicazioni. Se vuoi contattare Marta scrivi a martamicozzi@gmail.com

  1. Niccolò Fabi – Sangue del mio sangue
  2. Niccolò Fabi – Solo un uomo
  3. Niccolò Fabi – Aliante
  4. Niccolò Fabi – La bellezza

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