Amarlo prima che nasca – Recensito per te

Un libro entusiasmante che è riuscito a togliere tanti dubbi che avevo circa la gravidanza e su cosa “sente” realmente una madre che aspetta un bambino.

Titolo: Amarlo prima che nasca. Il legame madre-figlio prima della nascita

Autore: Jean-Pierre Relier

Tema: Saggio Ginecologia e Ostetricia

Destinatari: personale sanitario, educatori, studenti

Nel mio recente percorso di studi sul lutto e la psicologia perinatale mi sono imbattuta in questa prima lettura.

Un libro entusiasmante che è riuscito a togliere tanti dubbi che avevo circa la gravidanza e su cosa “sente” realmente una madre che aspetta un bambino.

“Amarlo prima che nasca. Il legame madre-figlio prima della nascita” è un libro scritto dal neonatologo e pediatra Jean-Pierre Relier nel 1994.

Editato e tradotto dalla casa editrice Le Lettere.

Perché un libro datato ma ancora attuale?

Gli studi e i casi delle mamme che intersecano un rapporto con il proprio figlio durante la gestazione risalgono al secolo scorso.

Sono dati in possesso dei medici che però, tutt’ora, negano ancora alcuni aspetti e si perdono nei tecnicismi a sfavore del “sentire”, dell’empatia che si dovrebbe invece creare tra paziente e medico.

L’autore in questo senso, attuale più che mai, riesce a coniugare l’evidenza scientifica con la domanda primordiale: “Il feto prova dei sentimenti?”.

Dopo aver salvato molte vite di bambini nati prematuri, Relier capisce che i neonati non sono tabula rasa e che possono provare dolore, sentimenti e avere una comunicazione con la propria madre, già durante la gestazione.

Leggendo questo saggio, che a volte si perde in tecnicismi, senza però essere noioso, ho potuto dare un senso alla mia prima gravidanza.

Hai presente quando comunichi con il tuo bambino e sai se sta bene o meno? Sai se si sta muovendo in un certo punto, se è un piede o la testa?

A volte ti sarai sentita una pazza ad affermare: “Io parlo col mio bambino e lui mi risponde”, almeno a me è capitato così!

Grazie a questo libro ho capito che no, non siamo folli, anzi parlare col bambino nel pancione e instaurare una comunicazione anche psichica è possibile, nonché auspicabile.

La relazione madre bambino

Uno dei temi molto sentiti dall’autore è il mindset con cui la futura mamma si approccia alla gravidanza ancora prima del concepimento.

Cosa influisce sulla relazione madre-bambino? Principalmente 3 aspetti:

  • se si era preparata o meno ad avere la gravidanza;
  • se si possono prevenire delle patologie prima del concepimento, anziché curarle con medicinali che potrebbero far male al bambino;
  • prepararsi dal punto di vista psicologico.

Aspettare un bambino significa prepararsi ad accoglierlo e quindi curarlo durante tutti i mesi della sua formazione.

Tra il feto e la madre si crea un legame bio-affettivo.

Dalla sesta settimana si sviluppa questo attaccamento e coincide proprio con il momento in cui iniziano a svilupparsi i sistemi sensoriali dell’embrione.

Fattori ormonali e comportamentali fanno sì che madre e feto abbiano una relazione in simbiosi

È comprovato che un bambino alla nascita subisca un trauma: il distacco dalla madre.

Se questo distacco viene prolungato può diventare un’incapacità del bambino di reagire alle avversità della vita, può essere soggetto ad ammalarsi maggiormente, per esempio.

Ecco perché deve avere il contatto d’amore con la madre che lo rassicura. E perché la madre è fonte di rassicurazione? Perché in 9 mesi si è creato questo legame e il bambino, senziente, riconosce gli stimoli percepiti durante la gestazione.

Gravidanza e scienza

Sono 3 gli aspetti che mi hanno colpito particolarmente in questo libro e sui quali mi piacerebbe riflettere insieme:

  1. Aspetto culturale: la donna è sola. Nella storia dell’umanità, addirittura nelle culture preistoriche, le donne del villaggio erano portatrici di sapere su gravidanza, parto e maternità. Queste informazioni si tramandavano, seppur piene di miti e superstizioni, di generazione in generazione. La donna che si apprestava quindi a diventare madre sapeva cosa aspettarsi e come comportarsi. Prendeva del tempo per sé, si alimentava in modo corretto, evitata alcuni cibi e tutto questo ha permesso alla nostra specie di progredire. Poi con l’avvento delle scoperte mediche e scientifiche siamo diventati molto bravi ad evitare la morte durante il parto e a salvare molti bambini, anche prematuri, ma ci siamo dimenticati come ci si prepara alla maternità. A fronte di una iper medicalizzazione e con l’avanzare di una società dove il motto è: “Posso fare ciò che voglio, senza limiti”, anche il modo di vedere la gravidanza è stato assoggettato al volere della donna. Questo lo dice Relier, ma è più attuale che mai. Io per prima pensavo che la mia vita sarebbe cambiata di poco, che avrei continuato a fare sport come prima, senza contare le volte in cui mi è mancato il fiato e stavo per svenire. “Un figlio non mi deve cambiare la vita!” A volte si fa questo genere di riflessione e invece la bellissima frase di Relier recita: “Un figlio deve cambiare la vita!”. E spesso si pensa che questo cambiamento debba avvenire in “peggio”. La mia domanda quindi è: “Perché volere un figlio a tutti i costi, se poi ci cambierà la vita e crediamo a tutti quei titoli shock come “Ogni gravidanza ci ruba 11 anni di vita”? Perché dovremmo volerlo? Solo per un nostro bisogno egoistico?”. Ho riflettuto parecchio su questo tema ed effettivamente ha ragione l’autore. La vita con un bambino e durante la gravidanza deve cambiare: deve essere più bella, più luminosa e armoniosa. Non sarà tutto rosa e fiori, e lo dico io che l’epilogo non è stato dei migliori, ma è il viaggio non la meta a doverci stimolare come madri. La bellezza dello scoprire come aiutare a far volare un altro essere umano;
  2. La voce del cuore: ascoltiamoci, ascoltate le mamme! Dentro di noi durante la gravidanza accadono meccanismi straordinari, oggi spiegabili attraverso la medicina. Oggi spesso le nostre sensazioni, le nostre emozioni e il nostro intuito sono stati messi da parte a favore di un dogma chiamato medicina. Relier sostiene che abbiamo equivocato il mezzo per il fine. La scienza e la cura non è il fine ultimo, ma è il mezzo… mezzo per giungere al vero fine, cioè alla felicità e all’amore. Un parto indotto, una sensazione sottovalutata durante il travaglio che porta l’ostetrica a rimandare a casa la donna, una manovra non richiesta in fase espulsiva, sono tutti mezzi scambiati per fine. Il fine di fare più in fretta, di affidarsi ciecamente a statistiche, senza ascoltare realmente quello che sente una madre. Sente il suo bambino, sente il suo corpo, l’aiuto medico è appunto un aiuto, non un diktat! È un consiglio, un supporto, non è una guerra tra chi ha ragione e chi torto. L’appello dell’autore è quindi rivolto ai suoi colleghi medici, affinché guardino di meno le scale di riferimento, gli studi, gli strumenti e ascoltino di più le loro pazienti. Si sfiorano anche i temi di bioetica, parlando di fecondazione assistita e in vitro, temi che oggi sono molto più sviluppati e che consentono di realizzare il sogno di maternità. Sinceramente ho veramente poca esperienza sul tema e non penso di poter avere un’opinione adeguata. In ogni caso però mi sento di dire questo: ogni volta che compiamo una scelta, questa dovrebbe rispondere a una domanda: “Per che cosa lo sto facendo? Qual è l’intenzione? Dalla mia scelta farò del male/bene a qualcuno oltre a me stessa?”. Una volta data una risposta alla nostra coscienza, allora qualsiasi azione che faremo sarà sensata, almeno per noi;
  3. Consapevolezza: cosa accadrebbe se… Se le madri in attesa o le donne che intendono avere figli conoscessero bene certe realtà, senza essere traumatizzare da racconti dell’orrore sul parto? Se potessero vedere la vera parte bella e la vera parte brutta e dolorosa, come il lutto e l’aborto (che esistono almeno nel 30% delle gravidanze) oppure come i nati prematuri (attaccati a fili e macchinari)? Come cambierebbe la loro consapevolezza? Sarebbero terrorizzate tanto da non fare più figli? Oppure sarebbero più coscienziose, sarebbero più attente, seguirebbero le indicazioni di “riposo” per prevenire un parto prematuro? L’autore sostiene che vedere quei reparti in cui lui opera forse porterebbe le mamme a voler tenere “al caldo” i propri bimbi sin dal grembo e a godere di ogni istante trascorso insieme all’interno di quel guscio accogliente. È solo uno spunto di riflessione il mio, ma sociologicamente parlando, siamo in un’epoca che è molto legata al senso della vista. Per credere dobbiamo “vedere”, non ci basta toccare, percepire, quindi perché non vedere che esistono queste realtà? Se ciò servisse a renderci più responsabili e consapevoli. Personalmente sono una persona molto sensitiva, mi piace utilizzare più sensi insieme e non ho mai avuto bisogno di vedere mia figlia per considerarla tale. Quindi credo che vedere certe cose non esclude il provare dolore quando queste accadono a te, e allo stesso tempo penso che vedere qualcosa non sia sufficiente a farti cambiare idea. Il comportamento deriva dalle tue abitudini, le tue abitudini dalle tue credenze e le credenze derivano dai tuoi valori. Per cambiare atteggiamento verso la gravidanza occorre lavorare su tutti questi livelli, credo che fermarsi al senso della vista sia un po’ riduttivo.

In definitiva il libro non risulta mai banale, sempre ricco di spunti di riflessione e riporta storie di mamme che l’autore ha incontrato nell’arco della sua carriera.

La lettura è stata molto interessante e soprattutto arricchente.

Non essendo un romanzo consiglierei la lettura se si ha già dimestichezza con il campo medico o se si desidera fare degli approfondimenti bibliografici sul tema.

Se sei una mamma che vuole capire di più sul rapporto madre-bambino durante la gestazione consiglio letture più leggere e più romanzate.

Leggi anche: “Parlare al bambino nella pancia”.

Votazione

Fattore X: veritiero ed educativo

Trama ⭐⭐⭐☆ ☆

Stile narrativo ⭐⭐⭐☆ ☆

Lessico ⭐⭐⭐⭐ ☆

Coinvolgimento ⭐⭐⭐☆ ☆

Quanto lo consiglio ⭐⭐⭐☆ ☆

Un abbraccio

Sara

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