La storia di Nicholas

Sono mamma di cielo e di terra, ho due bambini. Potrei mai far soffrire mio figlio? No, nemmeno per un secondo, piuttosto soffro io una vita intera.

La storia del nostro piccolo principe 

Ho 25 anni, vivo con mio figlio di 3 anni e mezzo e il mio compagno di 30 anni.

Il mio primo figlio è nato il 28 novembre 2015 e per il suo terzo compleanno abbiamo deciso di regalargli un fratellino/sorellina che desiderava tanto. 

Il 10 dicembre faccio il test, POSITIVO! Penso: “Cavolo! Noi al primo tentativo ci riusciamo sempre! Che fortuna!”.

Non l’avessi mai detto, il 16 dicembre torna il ciclo, l’hanno chiamata così: Gravidanza biochimica. Mah.

Ci riproviamo subito, questa volta con mille ansie. 

Il 15 gennaio, test Positivo! “Amore incredibile! Non ne sbagli mezza”.

A 6+2 prima visita, c’era la camera, c’era il sacco ma non c’era l’embrione, aspettiamo qualche settimana.

A 8 settimane finalmente si vede il battito. Inutile raccontare la mia felicità. 

Vado a prendere il bimbo all’asilo, gli dico dell’arrivo del fagiolino, lui felicissimo, era già geloso di quel esserino di 2 cm, diceva che era solo suo, né io né il suo papà avremmo potuto prenderlo in braccio, solo lui. 

Tanta ansia, ma tutto andava bene

La gravidanza procede bene, bene perché se hai tanta nausea e vomito vuol dire che la gravidanza va bene! Cosi mi ha detto la mia ostetrica.

Arriva il giorno della translucenza nucale, l’ansia mi tormenta, perché? Non lo so.

“Eppure è la seconda gravidanza, perché sono così agitata? Ho 25 anni, ho un figlio sano, stai tranquilla” ripeto tra me e me. 

In effetti andava tutto bene, oltre al fatto che il bambino era più piccolo, ma per quello mi hanno solo ridatato la gravidanza. 

Andava tutto bene, tranne il mio umore… perché ero triste? Perché continuavo a leggere le misure del bambino? Perché? 

Cavolo! Mi hanno detto che mio figlio sta bene. Perché devo essere cosi triste? Non me lo spiegavo. 

I giorni passano e io racconto alle mie amiche di non sentirmi incinta, non sentivo nemmeno i movimenti, e solitamente alla seconda gravidanza si sentono prima! Almeno così dicono tutti. 

Ecco, arriva il giorno del primo calcetto, io così felice, così emozionata. FINALMENTE

Lo ricordo ancora, era la sera di Pasqua ed ero sdraiata a letto. Finalmente mi sento incinta e mi addormento felice.  

L’ultimo gradino in salita e poi sarà tutto in discesa

Il 9 maggio, giorno della morfologica mi preparo e dico al mio compagno: “L’ultimo gradino in salita, poi sarà tutto in discesa”.

Portiamo il bimbo all’asilo dove gli prometto finalmente di dirgli se arriva un fratellino o una sorellina, e andiamo in ospedale.

Entro in sala d’attesa e già avevo freddo. Mi chiamano subito, in un secondo sono distesa sul lettino a pancia scoperta. Inizia l’ecografia. 

“È un maschietto!”

“Lo immaginavo, come sta?”

“Il cordone ombelicale ha un’arteria sola, ma nessun problema, nascerà poco prima”.

Continua l’ecografia per ben 10 minuti senza parlare e senza rispondere alle mie domande. 

“Mi scusi, faccio vedere l’ecografia a una mia collega”. Esce dallo stanzino.

Guardo il mio compagno e mi dice: “Hai visto? Un altro maschietto!”.

Gli rispondo: “Sei stupido??? Quello è uscito perché ci saranno problemi!”.

Mi sento male, mi gira la testa.

Torna il dottore, dicendomi di andarmi a fare un giro e tornare dopo 20 minuti. 

Un giro? 20 minuti? Come sta il bambino? Perché non mi dice che sta bene cosi ce ne torniamo a casa, vado a prendere il bimbo e gli dico che a settembre nascerà Nicholas! 

Lui vuole giocare a calcio con Nicholas, lo dice tutti i giorni. Non può andare male, non può stare male mio figlio! Sono a 21 settimane! 

Svengo, piango, il mio compagno mi porta fuori e torniamo dopo mezz’ora, con mia madre.

Al ritorno ero un’altra persona, fredda, di ghiaccio. 

Entro in un altro stanzino, dove c’è un ecografo migliore. La ginecologa mi dice che prima avrebbe fatto la visita e poi mi avrebbe spiegato.

Posso mai far soffrire mio figlio? No, nemmeno per un secondo

A fine ecografia mi dice che il mio bambino ha un sacco di malformazioni, mi chiede di farmi un giro, tornare dopo un’ora e dirle la mia decisione.

Io la decisione l’avevo già presa. Non avevo bisogno nemmeno di un altro minuto.

Che futuro può avere un bambino con la spina bifida aperta, con l’assenza del cervelletto e con il cervello malformato?! C’è bisogno di decidere? 

Posso mai far soffrire mio figlio? No, nemmeno per un secondo. Piuttosto soffro io una vita intera. 

Torno a casa distrutta, piango.

Apro la porta e davanti a me un cartellone: “MI VUOI SPOSARE?”

Il mio compagno, pensando andasse tutto bene, ha voluto farmi questa sorpresa prima di andare in ospedale. 

Non mi sono accorta di niente, è stato cosi bravo. 

Quanto piangere, non smetto più di piangere. Gli dico “Sì”, decisamente sì.

Piangiamo insieme. Abbracciati.

Il 13 maggio mi ricoverano, da quel momento non ho versato una lacrima.

Mi riservano una stanzetta solo per me, e i miei parenti possono stare h24.

Mi danno una pastiglia che induce il travaglio, la seconda me la daranno il giorno dopo. 

Passano le ore, il mio bambino si muove dentro me, ma io non posso piangere, non posso fargli sentire che qualcosa sta andando storto.

Arriva l’ostetrica dove mi fa una serie di domande, se voglio vederlo, se voglio seppellirlo io privatamente, se lo devono fare loro o se voglio lasciarlo in ospedale. 

La mia risposta è semplice e diretta: “Non lo voglio vedere e lo lascio qui in ospedale, niente seppellimento”.

Ci rimane male, mi guarda e se ne va senza parlare. 

Torna e mi rispiega tutto (lo fa tutto il giorno) e io le rispondo nello stesso identico modo tutte le volte. 

Mi ha anche portato il foglio per firmare il consenso del seppellimento di mio figlio, dicendo che se ne sarebbe occupato l’ospedale, altrimenti sarebbe andato nei rifiuti ospedalieri. 

Indovinate che faccio?! Non firmo. 

Se ne va, questa volta anche un po’ arrabbiata. Non mi sopportava più, forse (era reciproca la cosa). 

Mio figlio esce alle ore 16.00 e chiedo al padre di portarmelo.

“Mamma perché sei qui? Perché hai il pigiama?” 

“Niente amore, ho solo mal di pancia, quando mi passa tornerò a casa, e tornerà tutto come prima”.

Si, certo, tutto come prima. 

La sera tardi, mi mandano una psicologa (o psichiatra) in stanza, perché mi vedevano troppo fredda. Non sapevo che dirle! 

“Sto per partorire mio figlio che tra poco morirà, cos’altro devo dirle? Non sono pazza”. Anche lei sconvolta, se ne va. 

È stata la notte più lunga della mia vita

Mi metto a dormire, è stata la notte più lunga della mia vita, non passava mai e Nicholas si muoveva tantissimo. 

La mattina mi sveglio e vomito, non faccio colazione, chiamo l’ostetrica perché avevo mal di testa e mi dà delle gocce. 

Arriva il mio compagno, si butta nel letto e inizia a piangere forte. Io lo guardo, sempre fredda. 

L’ostetrica continua a fare avanti e indietro e mi ripete le stesse identiche cose, l’avrà fatto forse 100 volte. Non si stanca dopo un po’?! 

Alle ore 15.00 il mal di testa non mi passa, e mi dicono che secondo loro avrei partorito la sera o al massimo la notte. Dovevo mangiare per essere forte. 

Mi sono fatta una risata. Non mangiavo da 2 giorni. 

Iniziano a farmi flebo di vitamine e di antidolorifici per farmi passare il mal di testa, che non passa mai. 

Alle ore 16.00 il mio compagno va a prendere il bimbo, me lo porta, ma piangeva, non voleva stare con me, era troppo spaventato. 

Allora dico a mia madre di portarselo a casa. Rimaniamo io e il papà. 

Il mal di testa era troppo, mi scoppiava la testa. Mi fanno una puntura dove mi addormento e mi sveglio alle ore 21.00 con dolori incredibili.

“Non ci credo. È partito il travaglio. Finalmente”. 

Non vedo l’ora di tornare a casa. 

La mia ostetrica aveva il turno fino alle ore 17.00, quindi non c’era. Io la volevo però. 

I dolori erano troppo forti, più forti di quelli che avevo con il primo parto. Urlavo, chiedevo aiuto, qualsiasi cosa mi facessero non aveva effetto. Le contrazioni erano troppo forti. 

Alle ore 21.00 è stata l’ultima volta che ho sentito Nicholas dentro di me. 

Alle ore 23.00 mi fanno una puntura, non so di cosa, mi addormento.

Mi sveglio a mezzanotte. 

“Cazzo, fa troppo male!”. 

Il mio compagno mi teneva la mano, io non avevo più la forza nemmeno di gridare.

Chiamava le ostetriche, le pregava di farmi qualcosa ma niente, avevo preso troppi farmaci, non potevano farmi più niente. 

Avrei dovuto partorire in quella stanzetta, non sarei dovuta entrare in sala parto, ma i dolori non li sopportavo più.

Alle ore 2.00 ho chiesto l’epidurale, con l’ultimo filo di voce che mi era rimasto. Mi dicono che per farmela devono portarmi in sala parto. 

Non mi interessava. 

Quel corridoio non finiva mai, entro in sala parto, piena di colori. Ma l’unico colore che vedo io è il nero. 

Stavo male, troppo male, non credo che in vita mia abbia mai avuto dei dolori così forti. 

Non riuscivo a stare ferma per fare l’epidurale, cosi decidono di sdraiarmi e fare la spinale. 

Non ce la faccio, sento che devo spingere. Aiuto. 

Devo spingere!!!  Rompo le acque e spingo. 

Il nostro principino è nato

Alle ore 2.30 di notte, del 15 maggio 2019 nasce in silenzio mio figlio, Nicholas. 

Il mio compagno piange, forte, troppo… io sto bene, penso: “Ce l’ho fatta, chi mi ammazza più?”.

Nicholas lo portano via senza farcelo vedere. 

Guardo il papà e gli dico di chiamare l’ostetrica e di dirle di portarmi subito mio figlio. Me lo portano. 

Mio figlio è bellissimo, è uguale a suo fratello. Ha un cappellino, la copertina e un pupazzetto. Che buon odore che ha. 

È uguale a me, come suo fratello. I miei figli sono uguali a me. 

Pesa solo 290 grammi…è così piccolo, così morbido. 

Ora però lo devono portare via, io e il papà torniamo in stanza e ci addormentiamo. 

Al risveglio, verso le ore 6.00, trovo nella mia camera una bustina con dentro la copertina, il cappellino e il pupazzetto. 

Poi c’è un libricino con le impronte delle mani e dei piedi, c’è anche un po’ di sangue tra i fogli. 

C’è la sua data di nascita, l’ora di nascita, il peso, e ci sono anche delle poesie per il mio bambino. 

La mia ostetrica inizia il turno alle ore 7.30, sono solo le 6.00!!! 

Devo vederla, chiamatemela! Devo firmare quel foglio del seppellimento! 

Arriva correndo, tutta felice, con il foglio il mano. 

Alle ore 8.00 mi visitano, io sto bene e mi dimettono.

Mi dimettono? Così presto? Ho partorito solo poche ore fa! 

Io da qui non me ne voglio andare, io voglio stare qui, con la mia ostetrica, con mio figlio. 

Ecco che scende la mia prima lacrima, lei mi guarda e mi abbraccia. 

Il cuore lo sento a tratti: “Io non sto bene, non è vero che sto bene, non mi potete dimettere… ho le gambe molli, la pancia vuota, mi fa male”.

Esco.

I miei figli, la mia forza

Ho il cuore a pezzi, metà in cielo metà in terra. Sì, perché ora devo pensare a 2 bambini, uno in cielo e uno in terra, come faccio? 

Mi sento vuota, come farà mio figlio con me che non ho più voglia di fare niente? Perdonami, perdonami figlio mio. 

Ho pianto per una settimana intera, a tutte le ore, non facevo altro che piangere, fino a quando mio figlio è venuto da me e mi ha detto: “Mamma tu sei la mia vita”.

Grazie figlio mio, perché da quel giorno mi sono alzata, forte, più forte di prima e ho iniziato a ridere. 

Piano, piano sto riprendendo a vivere, ho la casa piena di Nicholas. 

I disegni che gli fa il fratello, le foto delle ecografie. 

E ho una scatola dove metto tuo ciò che mi ricorda lui. 

In più prego sempre e solo così lo sento vicino a me. Parliamo sempre di lui per farlo vivere tra di noi. 

Vi chiederete cosa ho detto a mio figlio di suo fratello? 

Niente, lui è un bambino intelligente, molto più di me, tornati a casa è venuto lui a dirmi che Nicholas è volato su una nuvola. Credo gli abbia spiegato tutto la maestra. 

Da quel giorno non mi fa domande sulla pancia, però la sera si affaccia alla finestra, guarda una Stella e manda la buonanotte a suo fratello. 

Dice che suo fratello abita su una nuvola, sulla Luna o su una Stella. 

Sulla Stella più bella che c’è. 

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