La storia di mamma Marianna, papà Nino e Sara

Questa è la storia di Sara. È una storia come tante altre, ma è sicuramente una bellissima storia d’amore tra me, Sara e Nino, il suo papà.

Storia di un amore infinito

Ciao, mi chiamo Marianna e sono la mamma speciale di una meravigliosa bimba speciale che si chiama Sara e questa è la nostra storia.

È una storia come tante altre, ma è sicuramente una bellissima storia d’amore tra me, Sara e Nino, il suo papà.

Alla fine di marzo del 2018 avevo il mio solito mal di pancia da ciclo e mi lamentavo con Nino del fatto che ogni volta che si partiva io avevo “le mie cose”.  

Era da un po’ che provavamo a restare “incinti”, ma ancora nulla.

Per il ponte di Pasqua abbiamo deciso di partire per qualche giorno, siamo stati a Valencia, pochi giorni per ricaricare le batterie per poi ritornare a lavoro. 

Il mio mal di pancia in quei giorni non mi ha mai lasciato, per tutto il tempo ho avuto crampi, convinta che stesse per arrivarmi il ciclo… anche se questi crampi erano diversi dal solito.

Tornati a casa, abitiamo a Villabate, una cittadina alle porte di Palermo, andiamo subito a dormire perché era tardi e l’indomani saremo andati a lavoro entrambi, Nino in ufficio ed io alle prese con tutte le storie delle persone che vengono in farmacia ogni giorno, perché sono farmacista. 

La mattina, al risveglio, ancora crampi e niente ciclo, troppo strano, sono sempre stata un orologio e quel ritardo mi ha messo addosso una strana sensazione. 

Mi viene in mente che nel cassetto del comodino ho più di un test di gravidanza, perché io e Nino un bimbo lo volevamo tanto. Così mi dissi: “Perché non farlo, al massimo è negativo, ne ho fatti tanti che hanno dato sempre lo stesso risultato”.

Faccio il test, lo lascio sul lavandino in bagno e vado in cucina a prepararmi la colazione.

Torno in bagno e con mia immensa gioia vedo che era comparsa una seconda linea rosa, tenue, ma c’era…fino a quella mattina del 4 aprile del 2018 non era mai comparsa e adesso c’era! Era lì! 

Nino si sveglia sempre dopo di me ed io gli vado subito incontro in corridoio mostrandogli quel meraviglioso bastoncino di plastica con quella meravigliosa seconda linea tenue tenue…e poi era rosa…(io lo sapevo che eri una femminuccia!!!) 

“Nino, mi sa siamo diventati tre!”.

Eravamo felicissimi. Io emozionata come non mai e quei crampi non erano il mio ciclo…eri TU che ti aggrappavi forte, forte alla tua mamma, a me, nella mia pancia. 

Non riuscivo a crederci…ero estasiata… da quella mattina mi sono sentita un leone e così è stato per 9 mesi bellissimi. 

Una gravidanza spettacolare figlia mia, mi hai fatto fare tutto quello che era possibile. Sono andata in maternità l’1 novembre, perché avevo ferie obbligate da prendere, ma sarei rimasta tranquillamente a lavoro fino al 13, al compimento del nono mese.

Io e te stavamo benissimo, non abbiamo mai avuto un solo problema, non abbiamo accusato mai un malore. 

La mia pressione era perfetta e tu crescevi, minuta, ma crescevi. Hai sempre rispettato la tua curva di crescita e poi ci controllavano due ginecologi, non poteva esserci nulla che non andasse! 

Arrivò il periodo più bello dell’anno, quello natalizio, io e il tuo papà ci siamo adoperati subito per comprare i regali di Natale perché poi saresti arrivata tu e non avremo potuto.

Abbiamo fatto l’albero per fartelo trovare a casa, abbiamo sistemato il tuo armadio, siamo andati a ritirare il passeggino e il bagnetto. Abbiamo ricontrollato più volte la tua borsa da portare in ospedale e finalmente avevamo deciso quale sarebbe stato il tuo primo vestitino: era quello bianco e grigio con il fiocco sul fianco, il primo che io e il tuo papà avevamo comprato per te amore mio. 

Arriva l’11 dicembre, data presunta del parto, e ancora tu non volevi saperne di venire al mondo, avevamo già iniziato a fare i tracciati in ospedale, ma erano ancora piatti. 

Ogni volta il ginecologo mi diceva: “Va bene così, è normale, ancora non è pronta!”. Io tornavo sempre a casa tranquilla perché quelle mezze ore di tempo con la sonda sulla pancia erano bellissime, ti sentivo battere dentro di me e stavi bene vita mia. 

9 mesi di puro amore

La mattina del 17 dicembre, siamo andati a fare la spesa: sai amore mio, tra un po’ sarebbe stato Natale e sarebbe stato meglio che io e il tuo papà comprassimo qualcosa da tenere in casa, perché per te arrivano i nonni da Cosenza e la zia da Roma con i tuoi cuginetti. 

Insomma, non so se troverai proprio tutta questa calma a casa! 

Tornati a casa sento una contrazione, ero in cucina: “Amoreeeee, è iniziatooooo, ho una contrazioneeee”. 

“Dai Marianna, non è possibile che sei già in travaglio!”.

“Va bene Nino, non facciamoci prendere dal panico, aspettiamo un pochino e vediamo come va”.

Chiamo il mio ginecologo e lo avverto. Lui mi dice di stare tranquilla e di andare in ospedale appena le contrazioni si fossero ravvicinate. Erano circa le 13:15 quando ho avvertito la prima contrazione, ma verso le 14:45 ho detto a Nino di andare in ospedale, non me la sentivo di stare a casa, al massimo avremo aspettato lì. 

Arrivati al pronto soccorso il ginecologo di turno mi fa una visita, una ecografia, mi fa firmare la cartella clinica e mi dice che ancora non ero in travaglio ma mancava davvero poco. 

Mi manda al primo piano. Mi assegnano la camera, Nino e mia suocera mi aiutano a cambiarmi. Ero dolorante ma felicissima, da lì a poco sentivo che ti avrei avuta per sempre tra le mie braccia e anche il tuo papà non vedeva l’ora di conoscerti. 

Una volta cambiata mi fanno andare al secondo piano nella sala tracciati, dove tra l’altro ero stata anche il giorno prima per un tracciato di routine. 

Arrivata lì mi dicono di aspettare un pochino perché i monitor erano tutti occupati. 

“Ok” mi dico: “Ho le contrazioni che si avvicinano sempre di più, ma che diamine Marianna, si partorisce dall’alba dei tempi…stai tranquilla che tra poco tocca a te e poi qui ci sono i medici e le ostetriche, non può succedere nulla di grave! Ho tutto l’aiuto che mi serve”. 

Mi sale la nausea, chiamo un’ostetrica, non fa in tempo ad arrivare che vomito su di me e sul pavimento, che imbarazzo.

Mi dicono di andare in bagno: “Signora, vada a darsi una sciacquata che dopo iniziamo con lei”. 

Finalmente, adesso tocca a noi Sara, forza vita mia, l’ultimo sforzo, ci siamo dette sempre che ci saremo aiutate e adesso è arrivato il momento.

Io e te saremo brave e insieme affronteremo il parto, io ti darò tutto l’aiuto che ti serve e tu mi darai il tuo. 

Mi sdraio sul lettino, mi posizionano le sonde sul pancione ed io inizio ad avere delle contrazioni molto forti ed inizio a non riuscire a stare ferma, allora un’ostetrica mi dice che potevo stare come volevo: in piedi, seduta, accovacciata, si sarebbero adeguate loro. 

Decido di mettermi in piedi. Il tuo battito, Sara, era a 119 ed io avevo una fortissima contrazione, mi sorreggono. 

Il caso ha voluto che in quel momento si staccasse la sonda del battito, l’ostetrica la prende e me la appoggia sulla pancia. 

Niente, non ti trovano, io non ti sento più. 

Cambiano la sonda pensando che nell’urto con il pavimento si sia rotta…niente non ti sento, non ti sente nessuno.

Io inizio a chiedere cosa stesse succedendo perché in poco tempo ho visto arrivare il dottore del pronto soccorso con l’ecografo, la ginecologa del reparto che ha iniziato a farmi una ecografia (non so come mi sono ritrovata sdraiata).

Un’altra ostetrica che mi visitava, un’altra ancora che mi prendeva un accesso venoso. Non vedono nulla, non ti sentono più. 

Chiedo ininterrottamente, ma nessuno mi risponde, sento solo la ginecologa che dice: “Subito in sala, lo dobbiamo tirare fuori…subito!”.

Io ero incredula di tutto quello che stava accadendo, lascio il cellulare ad una ragazza dicendole di chiamare mio marito, subito, volevo Nino con me! 

Mi ritrovo su di una sedia a rotelle, neanche 20 metri di corridoio che ero già in sala operatoria e per me niente anestesia spinale, l’anestesista ha tentato tre volte, continuando a dirmi di stare ferma, ma io non stavo ferma.

Non riuscivo più a controllare le braccia e le gambe, erano tremanti e sembravano i rami di un albero che sbattevano l’uno contro l’altro in una tempesta…anestesia generale. 

Il buio. Mi sveglio, vedo un orologio attaccato alla parete, erano le 19:00. Provo ad alzarmi ma sento che con me c’è qualcuno che mi rimette giù. provo di nuovo ma mi rimette giù. Era una ragazza, probabilmente un’assistente. 

Inizio a chiedere: “Sara, dov’è Sara? Dove avete portato Sara? Sara sta bene? Cosa è successo? Sara come sta?”.

Mi è stato risposto che il medico stava arrivando e che mi avrebbe spiegato tutto. 

Io continuo a biascicare parole con la bocca impastata, ma non ho risposta. Io continuo a chiedere ma la risposta era sempre la stessa. Allora dico: “Sara è morta?”.

La ragazza era trasalita…mi ha dato la conferma di quello che speravo non fosse accaduto. 

Poco dopo mi spostano in una stanzetta dove arrivano mio marito ed il mio ginecologo: mio marito era irriconoscibile, piangeva, singhiozzava, tremava, diceva cose che non capivo. 

Io già piangevo perché nel mio cuore sentivo che era successo il peggio: Sara è nata morta. 

Distacco intempestivo di placenta, mi dice il ginecologo. Io dentro di me lo sentivo, ma quando lo senti dire dal tuo ginecologo, con il viso più verde del camice che indossa, ti rendi conto che è successo davvero. 

Che cosa? Che cosa è? Come si è staccata la placenta! Io, a detta sua dottore, avevo una placenta bellissima! 

In che senso si è staccata…Nino cosa si è staccata?!!?!? La placenta si è cosa? Perché a 40+6 si può staccare la placenta?

A 40+6 si nasce non si muore! 

Ci lasciano soli…il baratro…siamo disperati…io sono intontita, capisco a sprazzi. 

Eccola, i miei “piedini bellissimi”

Entra un’ostetrica, mi dice che mi fa vedere la bambina a patto che non dò in escandescenza. 

In quel momento il mio cervello le stava urlando: “Ma sei cretina o cosa??? Mia figlia è nata morta e tu mi dici che non devo andare in escandescenza?”. Ma la reazione è stata di “sì” con la testa. 

Eccola la mia bambina: bellissima come il suo papà, è la sua fotocopia (o così ricordo dalla morfologica, perché io Sara non riesco a ricordarla più tanto bene in viso). 

Ma ricordo benissimo quando quella donna me l’ha posata sul petto. Uno scricciolo di 2,290Kg per 49 cm di amore. 

La mia vita era immobile, fredda, su di me. 

La tua testolina così piccola l’ho baciata subito. Non so quante volte ti ho baciato! I tuoi capelli neri, neri (avevo ragione io, pensai, bella “tizzunella”, la pelle chiara e i capelli neri, neri come Nino).

Le tue piccole manine con cinque dita bellissime ed i tuoi piedini che ho sempre chiamato “piedini bellissimi”, era un soprannome che ti avevo dato io e ad ogni tuo calcetto lo ripetevo sempre. 

Ho avuto questi momenti con te che mi sono sembrati normali. Avevo la mia bimba sul petto ed io pensavo: “Sara muoviti, sono la tua mamma, sono io che ti ho portata in grembo per 286 giorni. Era la mia voce che sentivi, era il mio il cuore che ti cullava, erano mie le mani che ti accarezzavano e che seguivi…Sara svegliati…ti prego svegliati così diamo un calcio a tutto questo e ce ne andiamo…Sara, la mamma ti ama ti prego muoviti…respira…fallo per me”…niente. 

Cerco di guardarla meglio, sono sdraiata e non riesco a sollevarmi. Le lacrime non mi fanno vedere bene, vorrei alzarmi e cullarti…magari una canzoncina ti sveglia…ma nulla.

Sara non si muove. Sara è morta davvero. 

Ci chiedono se avessimo preparato un vestitino o una tutina da metterle (certo, forse il suo papà ne ha preparato 100.000.000 nella borsa c’è tutto per la nostra Sara) e Nino la va a prendere. 

Ce la riportano vestita. Con quel bellissimo completino che ora indosserai per sempre. 

Ti hanno messo tutto figlia mia, i calzini di lana bianchi, la camicina della fortuna di seta, così non prude mi avevano detto, il body con le manichine lunghe perché è dicembre e potrebbe fare freddo e tu non devi sentire freddo, le ghettine e il coprifasce. 

Ma non ti hanno messo il cappellino…non so perché. Volevo chiederlo ma non ci riuscivo. Volevo che ci facessero una foto ma non sono riuscita a chiedere neanche questo. 

Dopo pochi minuti la portano via da noi e non la vedremo più. 

In ospedale ci hanno concesso una stanza singola per “quelli come noi”. Che frase orribile! 

Perché noi come siamo? Ve lo dico io come siamo: siamo deformati dal dolore, dalle lacrime che non si fermano, dal cuore lacerato, dai parenti affranti, siamo di nuovo due, siamo di nuovo soli. 

In ospedale sto male, i punti tirano tantissimo, la ferita brucia e anche il mio cuore sta malissimo, è in frantumi e Nino è con me. Nino è distrutto più di me. Non mi lascia, non mi molla, non mi fa sprofondare…perché io avrei voluto sprofondare in quel letto per me enorme. 

Ho tre flebo attaccate al catetere venoso, una mi incuriosisce e chiedo a Nino di leggere cosa c’è scritto: paracetamolo e depalgos. “Menomale, almeno questa terrà a bada il dolore fisico per un po’” ma poi penso: “Per il nostro cuore non hanno nulla”.

Mi tengono in ospedale cinque giorni, perché durante l’intervento ho perso molto sangue per il distacco di placenta, tant’è che il mio ginecologo mi ha anche detto: “Marianna, per fortuna eri in ospedale, poteva andare molto peggio! Hai l’emoglobina a 7, se scende dobbiamo farti una trasfusione”. 

Ma il mio fisico, come sempre, reagisce bene agli urti, anche a quelli forti, anche a questo macigno che mi è caduto addosso. 

La casa è vuota

Torniamo a casa…come è vuota! 

Non mi è mai sembrata così vuota! Esplodo in un pianto che non si ferma per ore.

Sara, vita mia, dovevamo tornare a casa insieme e invece tu in cielo ed io qui con il tuo papà a piangere. 

Come faremo? Cosa me ne faccio di questa pancia vuota? Come farò con l’amore che adesso è diventato un dolore enorme…sembra un mostro con mille braccia che attanaglia me e il tuo papà che piange più di me. 

E poi entrare in quella che sarebbe stata la tua cameretta (sai Sara, il tuo papà, da buon siciliano, è scaramantico e non abbiamo smontato il letto matrimoniale che c’è per quando vengono a trovarci i nonni o la zia. 

Nino mi ha sempre detto: “Non si sa mai, quando Sara cresce poi vediamo”. 

Invece io gli davo sempre contro: “Ma cosa deve succedere? Sara è forte, la mia bambina è forte, io lo so, lo sento e pio stiamo bene. Noi siamo due leoni! E poi, Nino, io la voglio tenere in camera con noi. Non posso separarmene”.

È stato atroce aprire il tuo armadio con i vestitini, le tutine, i pigiamini, non so quanti body, calzini, camicini c’erano. 

Sembravano sempre pochi perché tutti mi dicevano: “Comprane qualcuno in più, mica puoi stare sempre a lavare!”.

Iniziamo a svuotare l’armadio, tra un pianto disperato e lacrime che uscivano dal cuore come sassi. 

Iniziamo a poggiare le tue cose sul letto e ci chiediamo: “E adesso dove li mettiamo? In una busta? In un sacco? in una valigia? Nino…dove li mettiamo!?!? E cosa ne facciamo? Li buttiamo, li conserviamo, li regaliamo?! Dio mio aiutaci…perché non riusciamo più ad essere lucidi”.

Davanti ai vestiti di Sara stiamo per crollare. Ma poi mi viene in mente che qualche giorno prima avevo comprato dei sacchi grandi trasparenti per conservare le cose sottovuoto e dico: “Nino, potremo usare questi! Certo, non è il massimo, ma adesso non so trovare una soluzione migliore, che ne dici?”. Mi risponde: “Ok, va bene”. 

Allora inizio a passargli tutte quelle cosine deliziose e Nino con un amore infinito, ma tra lacrime giganti (non ho mai visto lacrime così grandi tutte insieme) le sistema in ordine con un amore infinito. 

Per me, ad ogni vestito che prendo e che passo a mio marito è una coltellata al cuore (non lo so se riesco a reggerle tutte). 

Piango e parlo, parlo tanto, continuo a dire come una litania: “Che dolore Nino, amore mio, amore della mamma dove sei? Vita mia cosa ti è successo?”.

Non lo so quante volte ho ripetuto vita mia! Mi rivolgo a Nino: “Ma è vero? Ma davvero Sara non c’è più? Non si saranno sbagliati e la nostra bimba è rimasta da sola in ospedale?”.

Nino mi abbraccia, mi stringe, ci sediamo sul letto per non cadere a terra tutti e due. I punti del cesareo tirano e bruciano, sento i carboni ardenti sulla pancia ma non mi importa. Nino si preoccupa per me. Lo vedo sempre più preoccupato. Allora io gli dico che sto bene, che il mio fisico da calabrese montanara è forte. 

“Amore mio, è il cuore che mi fa male” gli dico: “Mi sa che si è rotto Nino, mi sa che mi si è rotto il cuore. Il tuo come sta?”.

Mi risponde che non lo sa come sta…forse non c’è più!

Vedere tutto il tuo corredino Sara, non è più bello come cinque giorni fa, come nei giorni che io, ma soprattutto il tuo papà, abbiamo scelto (perché Sara il tuo papà è più bravo di me a scegliere i vestitini, le tutine, ad abbinare questo piuttosto che quest’altro..nei negozi dei pancioni, li chiamavo così, le commesse si rivolgevano a me ma rispondeva sempre il tuo papà anche quando mi ha accompagnata per comprare i reggiseni per l’allattamento era lui a chiedere alle commesse!). 

Ma non me ne voglio liberare, non me la sento di buttare via tutto o di regalarlo, non riesco. Adesso non voglio. Allora decidiamo di conservarlo tutto, non so cosa ne farò, ma adesso non ci voglio pensare. 

Voglio solo non avere tutte le tue cose sotto gli occhi, tutti i giorni perché potrei impazzire al solo pensiero che non ti ho potuto vestire neanche una volta. 

Chiudiamo il bustone, lo conserviamo. Siamo distrutti. 

Io non riesco più a stare in piedi, Nino mi aiuta a mettermi sul letto. Non ricordo bene che cosa abbiamo fatto dopo, ma ricordo che ad un certo punto abbiamo iniziato a pregare per te figlia mia, per la tua anima. E abbiamo pregato per noi, per non crollare definitivamente. 

Le feste di Natale sono sembrate assurde. Era tutto ovattato. Paradossale. Finto. A me sembrava di vivere in una dimensione allucinante. C’erano tutti, ma non c’era Sara. C’era la palla di Natale che avevamo fatto dipingere apposta per te ma non c’eri tu. 

C’erano i regali che avevano comprato per te, chiusi negli armadi di tutti i nostri parenti, ma non c’eri tu. 

C’erano i tuoi nonni totalmente fuori dal mondo, frastornati, doloranti, feriti. Nessuno ti ha nominata. Nessuno ha detto una parola. Sembravi già passata. Per me faceva troppo male, sono stata seduta tutto il tempo come se stessi guardando un brutto film. 

Ma finalmente queste feste sono finite, venti giorni di panico, più per gli altri che per noi. 

Il tuo papà è dovuto tornare a lavoro già il 2 gennaio, non poteva più stare a casa e questa cosa è assurda! 

È un papà che ha perso la sua bambina, avrebbe avuto tutto il diritto di starsene a casa con sua moglie a piangere o a fare qualsiasi altra cosa! Lui però mi dice che all’inizio è stato molto difficile, ma poi il suo lavoro che oltretutto gli piace tanto, lo sta aiutando a non pensare o comunque a non pensare sempre. 

Io invece sono rimasta in maternità fino al 3 marzo. In maternità…che cosa assurda…in maternità senza Sara. 

Dovrei restare a casa fino al 17 aprile, ma non voglio, non so che fare tutto questo tempo a casa da sola, non ce la posso fare, mi conosco e so che potrei sprofondare in un baratro. 

Così ho già parlato con la titolare dove lavoro e mi ha accordato di poter rientrare anticipatamente.

Si può continuare ad amare

Mio marito è un grande! Sara, il tuo papà è proprio un grande uomo! Se non avessi lui mi sarei persa la possibilità di conoscere il vero amore.

Mi parla dicendomi: “È vero, Sara è nata morta, ma noi Marianna siamo rimasti qui. Noi ancora siamo vivi. Noi siamo già una famiglia. Sara sarebbe stata la nostra bambina “piedini bellissimi” ma non è potuto essere così. Dobbiamo essere in grado di accettarlo amore mio, senza negare nulla di quello che proviamo e che è successo. 

Il dolore è tantissimo per entrambi. Soffriamo da papà e da mamma e vorremo tutti e due avere Sara da cullare e da accudire ma nostro Signore non ha voluto questo per lei. Sara non era destinata a questo mondo.

Dobbiamo essere forti e pregare per lei e per noi. Amore mio, dove non arrivi tu arrivo io; quando cadrai ti aiuterò a rialzarti; quando avrai male al cuore io ti abbraccerò e pregherò che il Signore ti tolga un pezzettino di dolore per farlo diventare amore. Io e te ce la faremo amore mio”.  

Mi chiedo sempre, a distanza di più di cinque mesi dalla morte della mia bambina, come sarebbe potuto essere, e forse me lo chiederò per tutto il resto della mia vita. 

Quando vado a trovarla al cimitero all’inizio mi sembrava allucinante, ma poi mi sono fermata a pensare e mi sono detta: “Questi sono momenti speciali miei e di Sara, e io devo avere la forza di raccontarle un sacco di cose, di dirle come sto, come sta il suo papà, le parlo del lavoro… parlo con lei sempre”.

Nessuno al mondo dovrebbe perdere un figlio, in nessun modo. Ma mi rendo conto che non sarà mai possibile. Le cose brutte accadono, accadono a tutti. A noi è accaduta una tra le più orribili. Ma non possiamo fare nulla. Non possiamo cambiare il passato e non possiamo fare nulla per poter tornare indietro. 

Ma abbiamo il presente da vivere e una vita che ci aspetta e che possiamo vivere al meglio delle nostre possibilità. 

La morte di Sara è un nuovo inizio. Da un dolore così grande possiamo solamente raccogliere tutte le nostre forze e non cedere alla disperazione. 

Certo, ci saranno sempre momenti tristi, brutti, pianti e le feste avranno sempre un retrogusto amaro. Io dico sempre che è talmente grande l’amore che ho per mia figlia che deve trovare la sua giusta dimensione, e forse impiegherà tanto tempo, oppure no. Questo non lo so. Ma lei è stata solo amore, quello scritto a caratteri cubitali. 

E proprio per questo motivo credo fermamente che io e Nino, come tantissimi altri genitori, possiamo diventare persone migliori vivendo con Sara per sempre nel cuore.

di Marianna Forciniti

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2 pensieri riguardo “La storia di mamma Marianna, papà Nino e Sara”

  1. Ho avuto la forza di leggere la vostra storia, tutta fra le lacrime, soltanto adesso, a distanza di tanti mesi . È un dolore troppo grande che non si dimenticherá mai, ma tu e Nino avrete la forza di una famiglia che si ama per andare avanti.

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