Ho perso il mio bambino e ora?

Che cosa è il lutto perinatale e come affrontarlo? In questo articolo voglio parlarti di lutto perinatale sia attraverso la mia storia, che attraverso delle evidenze scientifiche e prassi psicologiche grazie alle quali oggi possiamo riconoscere il lutto e processarlo.

Che cosa è il lutto perinatale e come affrontarlo

“Ho perso il mio bambino e adesso che cosa ne sarà di me?”

Questa è la domanda più o meno esplicita che ci viene alla nostra mente quando un evento del genere ci colpisce.

In questo articolo voglio parlarti di lutto perinatale sia attraverso la mia storia, che attraverso delle evidenze scientifiche e prassi psicologiche grazie alle quali oggi possiamo riconoscere il lutto e processarlo.

A che titolo ne parlo? Oltre aver vissuto l’esperienza sulla mia pelle, ne parlo perché mi sto formando, sto seguendo seminari tematici e leggendo libri universitari sul tema.

Perché ne parlo? Perché non è mai abbastanza!

Ricevo molti messaggi di donne che hanno provato questo dolore e vivono questo lutto, e molte si sentono in colpa, si sentono sbagliate, hanno paura di non affrontare la situazione a “dovere” e credono di non riuscire più ad andare avanti.

Questa frase “Andare avanti”… bella frase… 

Vorrei parlarti di questi aspetti perché molte persone giudicano, anche in modo benevolo, consigliandoci di “andare avanti”.

Ma perché dovresti andare avanti? Perché dovresti voler stare bene?

Solo perché la società non sa accettare e supportare il lutto perinatale perché è un argomento scomodo, un NON lutto?

No, io oggi voglio dirti, cara mamma, che andare avanti è giusto, e lo devi fare per te… SOLO per te, e lo devi fare con i tuoi tempi e i tuoi modi.

La definizione di lutto perinatale

Ci sarebbe un mare infinito di cose da dire sul lutto perinatale e quindi in questo articolo vorrei focalizzarmi su 4 aspetti principali, i pilastri di questo lutto perinatale.

“Ho perso il mio bambino e ora?” Ma sì vai avanti… la vita va avanti…

Quando ero in ospedale per partorire Gingy su tutte le cartelle è apparsa la definizione di M.E.F., morte endouterina fetale.

Non ero più una donna incinta, ero una donna con una M.E.F., con qualcosa dentro (mai chiamato figlio dal punto di vista medico/burocratico) che era deceduto e quindi andava espulso.

In una situazione dove tu provi un dolore così grande, e il mondo si gira dall’altra parte, come pensi che mi sia sentita?

Avevano ragione loro, ne stavo facendo un dramma più grande di quello che era? Oppure avevo ragione io, che in cuor mio avevo l’istinto di mamma e sapevo che quella era mia figlia e per esempio, volevo che fosse seppellita e avesse una sua dignità?

Avevo una scelta dura da compiere.

Con la definizione Lutto perinatale convenzionalmente si intende secondo l’O.M.S., l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il lutto che colpisce le gestanti dalla 28a settimana di gravidanza, fino a 7 giorni dopo il parto.

Si parla invece di lutto prenatale quando la morte del bambino avviene prima della 28a settimana.

I 4 pilastri del lutto perinatale

  1. “No matter what they say”. Come dicono gli americani: “Lasciali parlare, non importa ciò che dicono”. Dire addio a un bambino durante l’attesa o subito dopo la nascita è un vero e proprio lutto. Lo dice l’O.M.S., stop! Quindi sì, hai il diritto di fare e di sentirti come una donna vedova, come un orfano, come una sorella che perde un fratello, come chiunque perda una persona cara. Hai il diritto a fare commemorazioni e ad avere momenti di sconforto. E poco importa se ci sarà sempre la persona di turno che ti dirà: “Ma non lo conoscevi neanche!”. Per 9 mesi o per un battito di ali quella persona è stata dentro di te, non importa la circostanza o il tempo, ciò che conta è il legame e non permettere mai a NESSUNO di giudicarlo. Quando mi hanno detto: “È stato meglio così, pensa se fosse stato un bambino già di 5 anni!”, la mia risposta è stata: “Io l’ho nutrita e sentita crescere dentro di me per 6 mesi, ti sembra poco?”. È davvero necessario farne una questione di età?
  2. Le parole sono importanti. Il secondo elemento su cui vorrei farti riflettere è il linguaggio, perché influenza il nostro modo di pensare. “Ho perso il mio bambino… e ora?”. Perdere, verbo, dal latino participio passato pèrditus, qualcosa di perso per sempre. Non mi piace questa definizione, preferisco dire mia figlia è morta! Perché la morte significa la fine della vita terrena, e se hai fede hai la certezza di rivederla nella vita ultraterrena, se non hai fede hai la certezza che se è morta, significa che è vissuta! È esistita, quindi tu stai piangendo per qualcosa di reale, non per un capriccio o perché non sai andare avanti, stai piangendo per tuo figlio. Inoltre perdere qualcosa mi sa di disattenzione, come quando lasci la sciarpa sul treno, come se perdessi qualcosa per strada perché è caduta dalla tasca. E non è questa l’immagine che voglio avere di mia figlia. Quando ero ancora barcollante in ospedale, dopo il parto, camminavo nel corridoio e quando sentivo dire: “Ha perso la bambina”, con le lacrime agli occhi dicevo: “No, io non l’ho persa, l’ho partorita, non è stata distrazione, è stato sangue, sudore e dolore e poi è morta”. Come puoi notare già da questo utilizzo del linguaggio la società inizia a negare il lutto e preferisce dire “perdere”, anziché “morto”;
  3. Il trauma in-attesa. Quindi adesso che spero ti sia chiaro che quello che stai provando è un vero e proprio lutto e ne hai tutto il diritto, voglio focalizzarmi sulla seconda parte della domanda: “Ho perso il mio bambino… E ora?”. Il tempo è dilatato; per le persone intorno sarà sempre il giusto tempo per riprendersi, che sia passata una settimana, un mese, un anno. Ma la verità è che, parola di psicologa, secondo Therese Rando, il lutto perinatale è uno dei più forti shock a cui una persona è sottoposta nell’arco della vita. Uno tra i più traumatici, e tra i più duri da elaborare, rispetto ad altri lutti. Perché? Perché si perde qualcosa di atteso, ancora prima di viverlo, quindi mancano i ricordi reali di vita vissuta che aiutano il processo di un qualsiasi altro lutto. Per esempio quando ci ricordiamo dei momenti felici con il nonno e “ci facciamo una ragione” del fatto che se ne sia andato. Perché si percepisce come innaturale, come contro natura, anche se in realtà è molto più frequente di quanto si pensi. Perché significa perdere una parte del Sé, di noi stessi e della nostra identità. Come un nostro organo che muore, così una parte di noi è morta con quel figlio sia fisicamente, che psicologicamente. Sfido quindi le persone a dire: “Non sei più la stessa”. Cara mamma non sarai mai più la stessa, ma elaborando il lutto ricostruirai te stessa e diventerai una persona nuova, arricchita direi. E infine è un lutto difficile perché causa un trauma, quello che in gergo medico psicologico si dice disturbo post traumatico, quindi al dolore fisico e al post partum, si sommano anche i sintomi di un disturbo post traumatico. Esempio: ansia, attacchi di panico, rabbia, insonnia, crisi di pianto etc. Per me il momento traumatico, quello che chiamo “la foresta”, dove non si distinguono bene i contorni e anche le sagome degli alberi sembrano terribili mostri, è stato quando mi hanno detto: “No, non c’è più battito”;
  4. Fermati e affronta il drago. Hai bisogno di altri motivi per credere che sia un vero e proprio lutto? Direi di no! Direi che abbiamo tutte le carte in regola per sentirci esattamente come ci sentiamo, in tutte le fasi di questo lutto. Durante un convegno di Ciao Lapo Onlus a cui ho partecipato si diceva che un lutto perinatale ha un tempo di decorrenza che varia da 6 mesi a 1 anno, e che se sottovalutato può trasformarsi in un lutto complicato. Cosa significa? Significa che il lutto prima di tutto va attraversato, e durante questa traversata che può durare 6 mesi/ 1 anno, ci sono delle fasi che si alternano e servono per poter quietare l’anima e riprendere nuova vita, non la vecchia… ma una nuova vita! Se ciò non avviene, il lutto complicato è la fase di “non ritorno”, dove il lutto diventa come una patologia cronica, da cui non si esce. Può sopraggiungere la depressione, oppure si può far finta di nulla e sembrare gli stessi, ma in realtà essere totalmente apatici al mondo. Se ti comporti come vuole la società, che non è abituata a chiamare i genitori senza un figlio con un termine appropriato, che tratta il nostro bambino come il “prodotto del concepimento” sai cosa accade? Accade che racconti una bugia a te stessa. Se fai finta che vada tutto bene, ma in realtà più il tempo passa e più stai peggio e senti di non andare mai avanti, stai facendo il gioco di chi nega il tuo lutto, ma chi perde sei solo tu. Abbi la forza, abbi il coraggio di FERMARTI laddove ti dicono di ANDARE AVANTI, di guardare il drago negli occhi e affrontarlo, e soprattutto chiedi aiuto!

Un protocollo per il sostegno al lutto perinatale

Le linee guida adottate dal personale medico, dagli psicologi e psicoterapeuti in USA e anche in Europa prevede che già dal momento della diagnosi infausta la famiglia possa beneficiare di un supporto psicologico.

Nel 2008 in Italia si è parlato di assistenza di base al lutto perinatale, che deve essere incentrata sulla persona e abbracciare diversi professionisti.

Un sostegno da parte di uno specialista è sicuramente fondamentale soprattutto a lungo termine, ma in sala parto c’è l’ostetrica, e prima ancora il ginecologo e il tecnico che fa l’ecografia; se questo personale è debitamente formato per accogliere e trattare il lutto allora l’elaborazione inizia già da subito.

Io per fortuna ho trovato un angelo in sala parto, che ha chiamato mia figlia per nome e mi ha trattata come una normale partoriente.

Queste linee guida prevedono che tu sia supportata nella scelta di ciò che avverrà: modalità di parto, possibilità di vedere o meno il bambino (quando è possibile), oppure la possibilità di poter scegliere la sepoltura più adatta.

E infine l’elaborazione del lutto prosegue quando si torna a casa, perché è lì che comincia il tunnel.

Come chiedere aiuto dopo un lutto perinatale

Ora non hai scuse, ora hai gli strumenti per poter iniziare ad elaborare il lutto, non farà meno male, ma io credo che esserne consapevole ti dia una forza in più.

Sai come è finito il mio dialogo interiore quando non sapevo se credere a chi mi diceva di non farne un dramma, oppure scegliere di seppellire mia figlia rendendola vera e reale?

È finito che ho scelto di seguire il mio cuore, e ho capito che non c’era nulla nel mio comportamento di sbagliato o di folle, che non potesse essere spiegato con una sola frase.

“Sono una donna in lutto perché mia figlia è morta!”.

Ho bisogno dei miei tempi e probabilmente in questo periodo farò delle cose strane rispetto agli altri, alla norma sociale. Ma ho trovato anche la forza per un ultimo atto di coraggio e cioè chiedere aiuto!

Leggi anche “Mamma non sei sola – La storia di un amore”

Fino ad ora ti ho parlato di una società che nega questo lutto, ma come ben sai non è mai tutto o bianco o nero.

A fronte di una maggioranza che nega l’evento, esistono altri operatori pronti a venirci in soccorso.

Consultori gratuiti nelle nostre città, associazioni, psicologhe e psicoterapeute. 

Ecco alcuni luoghi dove puoi trovare assistenza psicologica gratuita

Io ho chiesto aiuto e senza credere alle mie orecchie, era qualcosa fuori dall’usuale, e invece ho riconosciuto i miei limiti e sapevo che con solo le mie risorse sarebbe stato impossibile andare avanti.

Spero che tu ti senta meno sola, meno strana, che senta di avere un cordone di persone che ti capiscono e che ti accolgono.

Ti auguro di trovare la tua nuova strada, senza cancellare il passato, ma di essere in grado di inglobare tutto ciò che ti è accaduto all’interno della tua storia di vita, così un giorno il dolore sarà lenito e il ricordo del tuo bambino resti vivo e intatto.

Se pensi che ciò che scrivo possa essere d’aiuto a una famiglia in lutto ti prego di condividerlo.

Un forte abbraccio

Sara 

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Leggi anche: Risorse utili per affrontare il lutto perinatale

-Disagio e lutto perinatale -Ordine degli psicologi del Lazio

-Line guida depressione post partum O.M.S.

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